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DETAILS

Composer: ROSSINI Gioachino
Soloist(s):Annick Massis, Marco Lazzara
Conductor(s):Enrique Mazzola
Orchestra(s):Orchestra della Svizzera Italiana
Number: 16807
Released: 2000
Label: FORLANE





REVUE DE PRESSE
langCD : GIOACCHINO ROSSINI - DUO D’AMORE
Brani da “Semiramide”, “Tancredi”, “Le Comte Ory”, “Giovanna d’Arco”
Annick Massis (soprano); Marco Lazzara (contralto).
Orchstra della Svizzera Italiana.
Enrique Mazzola, direttore.
1CD FORLANE 16807
Interpretazione: eccellente.
Lo ammettiamo: il disco di cui parliamo non è nuovo. Non è fresco di stampa. E’ stato pubblicato, infatti, nel 2000: perché, allora, in una rubrica che segnala le novità si ospita una produzione non recente?
La risposta è semplice: perché, in Italia, fino a qualche mese orsono, la casa discografica “Forlane” non aveva più un distributore, quindi, quando gli artisti incisero questo disco, tale supporto fonografico non fu distribuito nel nostro paese.
Giunge ora quale novità, quindi: e che disco! Pensare che avremmo anche potuto non trovarlo sul nostro mercato, se la “Forlane” non fosse stata distribuita, fa rabbrividire, poiché avremmo ignorato una delle più interessanti ed originali letture di brani rossiniani assai particolari.
In questo programma avviene un fatto insolito, rispetto a quanto si ascolta, il giorno d’oggi. Per quanto riguarda il repertorio inerente all’opera barocca, infatti, tendenzialmente, si affida ad un “faslettista” la parte che era stata scritta per il castrato di turno, rimpiazzando, in questo modo, il soprano o il mezzosoprano naturali che, fino agli anni Ottanta del secolo scorso, rivestivano tali parti.
Non che oggi non sia più possibile ascoltare una voce naturale femminile nelle vesti degli eroi barocchi, ma il costume nuovo ha preso piede ed anche le incisioni più importanti inseriscono tali “falsettisti”, taluni più bravi, altri meno.
Quanto a chi scrive, salvo che non ci si trovi davanti ad artista d’innegabili doti, musicalità estrema e bellezza di timbro, egli pensa che una Berganza, una Horne o, per giungere a tempi più recenti, una Bartoli o una Barcellona siano, senz’altro meglio, di tanti asfittici suoni prodotti dalla tecnica del falsetto.
Quindi, che sia sempre meglio ascoltare un cantante “en travesti” anche se nella parte che fu pensata per un castrato: e poi, come era, realmente, la voce degli evirati, poiché le poche incisioni che ci sono rimaste del Moreschi, ammettiamo, ormai vecchio, non renderebbero giustizia alle deliranti cronache settecentesche su questi divi del palcoscenico.
Il caso di Marco Lazzara è assai particolare: quasi un miracolo naturale. Ha un timbro così pastoso ed un’estensione tale da ritenerlo un naturale falsettista. Pare quasi che abbia sviluppato una tecnica che gli consenta di usare con calcolato equilibrio emissione “di petto”, poggiando sul diaframma, quanto “di testa”, ottenendo, così, una linea vocale omogenea ed un colore uniforme, sia quando scende nelle note gravi, sia quando sale verso i sovracuti.
Qui, però, il cantante approfitta di una libertà che è l’esatto contrario di quanto avviene, come dicevamo, per l’opera barocca: interpreta, infatti, parti che Rossini pensò per contralti, essendo venuta meno, per disposizioni di legge, la possibilità, dell’evirazione.
Pertanto Lazzara si cala in parti che furono scritte per voce naturale femminile, anche se stese con il ricordo diretto della tecnica dei castrati.
Come consuetudine per quest’artista, che è musicista completo, clavicembalista, cantante, musicologo, il programma, che divide con la bravissima Annick Massis, è sapientemente strutturato: brani da “Tancredi” e da “Semiramide”, più una sorta di appendice con un’aria per il soprano da “Le Comte Ory” ed una per il contralto, tratta dalla cantata “Giovanna d’arco”, originariamente scritta per canto e pianoforte e, qui, trascritta, per voce e orchestra.
La scelta cade su due opere date entrambe a Venezia, sul libretto di Gaetano Rossi, e dalla struttura musicale assai simile: si tratta, potremmo dire, dei poli entro i quali si muove tutta l’importante produzione rossiniana italiana.
“Tancredi” data la prima rappresentazione alla Fenice, il 6 febbraio 1813 e vide quale prima protagonista Adelaide Malanotte Montresor; “Semiramide” fu rappresentata, sempre alla Fenice, il 3 febbraio del 1823: dieci anni nei quali Rossini passa dall’opera tradizionale a nuove soluzioni drammatiche e linguistiche, soprattutto durante la permanenza napoletana.
“Semiramide” ad ogni modo, con una lettura superficiale, potrebbe sembrare un ritorno agli anni del “Tancredi”: invece, essa rappresenta la massima e naturale evoluzione di quelle forme che Rossini eredita dal classicismo e che porta a dimensioni narrative inusitate. E’ vero che sia in “Tancredi”, sia in “Semiramide” sono le arie e i duetti a caratterizzare gli atti, laddove a Napoli i numeri d’assieme si ergevano in abbondanza sulle due forme citate, ma nella seconda opera raggiungono tale grado di drammaticità ed un’elaborazione così ricercata, tanto nel tessuto orchestrale, quanto in quello vocale, da dimostrare la nuova strada intrapresa dal compositore, strada che produrrà gli splendidi frutti parigini.
Enrique Mazzola, alla guida dell’Orchestra della Svizzera Italiana, rende giustizia alla due opere presenti nel recital, fornendo un’elegante interpretazione, attenta ai colori orchestrali più ricercati, sostenendo le voci con sonorità levigate, asciutte, plastiche, al tempo stesso di una morbidezza di suono da avvicinarsi, senz’altro, alla stile che l’epoca richiedeva.
Annik Massis è soprano di eccezionali doti: emissione superba, linea rigorosa, acuti impeccabili, fraseggio vario e volto al dramma, più che al semplice bel canto; ogni sillaba è cesellata con estrema attenzione alla coloratura. Nell’aria della contessa da “Le Comte ory”, la Massis raggiunge vette difficilmente ascoltate in tale pagina, servendosi del legato in modo irreprensibile ad esprimere la tristezza e la malinconia profonda che il personaggio comunica: insomma, si tratta di una cantante di gusto e di musicalità non comuni.
Nei duetti, entrambi gli interpreti ci fanno ascoltare personaggi vivi e non tipi o fantocci. Si veda, a titolo d’esempio “No, non ti lascio – Ebbene a te, ferisci!” da “Semiramide”: recitativo scolpito nei minimi particolari, attenzione alla parola e all’espressività delle frasi; nel duetto vero e proprio, l’attacco orchestrale è perfetto, l’accompagnamento in “agitato” serpeggia come fuoco che ribolle nascosto sotto le apparenti ceneri, le voci “declamano” persino la fitta coloratura, facendone “espressione” e non esercizio tecnico, proprio come voleva Rossini.
Un disco, insomma, che è un autentico gioiello.
Bruno Belli.
http://www.classicaonline.com/inviato/04-11-02.html

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Maria Stuarda
Opéra de Marseille | Novembre 2016


D'une élégance souveraine, Annick Massis émeut jusqu'à la dernière minute. Annick Massis, enfin dont la prise de rôle était particulièrement attendue , prouve, à l'instar de Patrizia Ciofi, que Maria Stuarda n'est pas hors de portée d'une soprano "lirico coloratura", pour peu que celle ci ait l'intelligence de ne pas s'inventer une voix autre que la sienne. Forte d'une technique sans faille et d'une musicalité hors pair ( quel raffinement dans les pianissimi !), elle franchit les écueils " à priori " les plus insurmontables, y compris la fameuse invective de la fin de l'acte II ( " Figlia impura di Bolena" ) , d'une dignité saisissante. Féminine jusqu''au bout des ongles, d'une élégance souveraine, Annick Massis émeut ainsi jusqu'à la dernière minute de l'ouvrage, conclu sur un contre ré bémol rayonnant et longuement tenu . Et son trac plus où moins perceptible selon les moments, finit même par servir son personnage de reine victime, à la fois résignée et pleine de courage. Il est possible d'incarner Maria Stuarda d'une manière différente - les exemples célèbres ne manquent pas. La voie choisie par Annick Massis est, dans tous les cas, parfaitement défendable.Richard Martet - Opéra MagazineDécembre 2016 - Numéro 123


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